Roberto Saviano giornalista italiano: Sogni di neve e paragone con Anna Politkovskaya

saviano 300x165 Roberto Saviano giornalista italiano: Sogni di neve e paragone con Anna Politkovskaya

Roberto Saviano Роберто Савиано

Roberto Saviano il giornalista italiano che nel 2006 ha scritto il best-seller dal titolo “Gomorra” – libro che espone la mafia italiana di Napoli ed i suoi clan, la cosiddetta camorra e dal quale, in seguito, ne è stato tratto l’omonimo film – da alcuni anni è, sotto protezione, in esilio; vive scortato ed in luoghi sicuri per nascondersi dalla sete di vendetta della camorra. In attesa di poter ricondurre una vita normale Roberto Saviano non deve smettere di raccontare e non può essere dimenticato. Se sarà ridotto il potere dei clan camorristi potrà, finalmente, tornare alla vita normale. Nel frattempo la comunità internazionale sta cercando di non abbassare l’interesse su Saviano. In data 11 agosto, un giornale britannico ha pubblicato, sul suo sito web, il racconto di Saviano riguardo al suo particolare trattamento, in cui egli ha parlato della sua attuale esistenza, l’odio verso il libro che ha scritto, l’incapacità di saper cucinare ed i sogni di libertà.. la neve, quel manto bianco che per i napoletani è un lusso dei cittadini del nord.

Un vita in fuga
Sono quasi tre anni da quando lo Stato Italiano mi ha posto sotto protezione, dopo le minacce alla mia vita da parte della Camorra. La sensazione è che non finirà mai.

Da quel momento in poi la mia vita è diventata quella di un esule, sempre alla ricerca di un posto dove vivere e scrivere. Ho vissuto in dozzine di case differenti, mai per più di pochi mesi. Tutte piccole, o piccolissime e maledettamente buie. Mi sarebbe piaciuto che fossero più spaziose, con più luce e magari un balcone. Ma non avevo scelta. Due macchine blindate e cinque guardie non facilitano la ricerca di una casa, specialmente nel centro città, dove ci sono gli intasamenti del traffico e dove non si riesce a parcheggiare.

Solo una volta sono riuscito a trasferirmi in una casa con veranda, e non riuscivo a credere alla mia fortuna. Ma non appena entrai nella casa, uscì fuori che l’impresa di costruzioni che doveva portare a termine lo stabile proveniva dalla mia parte di mondo. Lì dove le bande radicano tutto il loro capitale economico nel cemento, nell’aggiudicarsi gli appalti e subappalti in tutta Italia. Persi la veranda prima che finissi di disfare i bagagli. Questo è quello che succede alle persone come me, che vivono sotto custodia in un paese in cui il numero degli esiliati è inferiore solo a quello della Colombia.

Da tre anni la mia casa è un borsone con calzini, boxer, magliette e pantaloni, una giacca ed alcune camicie. Più una borsa di medicine, dentifricio e il caricatore del cellulare; un’altra valigia piena di libri, carte ed il mio computer. Ecco tutto.

Paura ed invidia
Sto andando a Milano, con il sole sulle mie spalle, per incontrare il mio editore e celebrare la soglia dei due milioni di copie vendute del mio libro Gomorra, in Italia; quattro milioni in tutto il mondo.

Dio solo sa come sarà tenere in mano questa copia da due milioni. Penso che non mi sentirò molto diverso rispetto a se tenessi in mano una qualsiasi altra copia di questo maledetto libro, una spina nel fianco sempre conficcata nella mia carne. C’è la foto del mio viso, con uno sguardo malinconico e perso; la faccia di un ragazzo di 25 anni, con uno sguardo rabbuiato negli occhi ed, anche, un profondo desiderio di andare avanti velocemente.

Due anni e due milioni di copie dopo, sento ancora di avere poco da celebrare; per essere sincero, conduco una vita miserabile. Le apparizioni pubbliche fuori dall’Italia costituiscono l’unica alternativa alle mie quattro mura, un contrasto forte come quello tra bianco e nero.. e nel mezzo il nulla.

Ho fatto quello che ogni scrittore sogna di fare. Ho raggiunto un numero impressionante di persone; ho parlato a milioni di individui in più di 40 nazioni.

“È questo quello che volevo?” Mi chiedono.

E mi piacerebbe dire di sì. Ma non lo volevo a questo prezzo.

In tutte le interviste, in tutti i paesi in cui il mio libro è stato pubblicato, mi hanno fatto sempre le stesse domande. Idealmente tutti vorrebbero che rispondessi con un crollo, vorrebbero che io esplodessi; ma io rispondo nel modo più semplice che posso. Dicendo la verità.

La prima domanda è se mi sono mai pentito di aver scritto Gomorra?
Io rispondo: “Si”, come uomo e “No”come scrittore. Faccio questo per provare che nonostante tutto è rimasto ancora un certo senso di responsabilità civica in me. Ma la verità è un’altra: io odio Gomorra. Lo aborro. Quando lo vedo nella vetrina di una libreria, giro lo sguardo. Nei primi giorni, quando dicevo nelle interviste che se avessi saputo a cosa andavo incontro non lo avrei mai scritto, me ne andavo a casa con l’amaro in bocca e con la paura di averli delusi. È come se mi fossi sentito in dovere di rispondere che, a dispetto di tutto, lo avrei comunque scritto, che dovevo sopportare il sacrificio in silenzio. Ora mi riservo il diritto di rivelare i miei rimpianti e ripenso con nostalgia ai giorni in cui ero un uomo libero; ma rimane il fatto che io ho scritto Gomorra, e ne pagherò il prezzo per tutto il resto della mia vita.

La seconda domanda è: Hai paura?
Domanda che ovviamente sottintende: paura di essere ucciso. Io rispondo sempre “No” ed è la verità. Ho avuto molte paure nella mia vita, ma la paura della morte non è una cosa che mi ha mai preoccupato più di tanto. Spesso penso al dolore della morte e alla possibilità di avere una morte dolorosa; ma, adesso come adesso, i miei terrori sono ben altri.

La prima volta che fui messo sotto protezione, pensai che tutto sarebbe finito in poche settimane.. poi pochi mesi. Ora quello che mi terrorizza, molto più della morte, è il pensiero che potrei dover vivere così per sempre.

Ma la paura peggiore, che mi assilla da sempre, è la paura che quelli (la Camorra) faranno di tutto per diffamarmi, per distruggere la credibilità, sporcheranno il mio nome e insozzeranno tutto quello per cui ho vissuto e per cui pago un prezzo così alto. Hanno fatto questo a tutti quelli che gli hanno rotto le scatole.

Lo hanno fatto con Peppino Diana, il prete che hanno ammazzato e diffamato subito dopo la sua morte; a Federico Del Prete, che fu ucciso a Casal di Principe nel 2002; a Salvatore Nuvoletta, un poliziotto che fu ammazzato nel 1982 a soli 20 anni e sepolto subito, per paura che fosse parente della famiglia di Camorra con lo stesso cognome.

Non appena la stampa nazionale mostra interesse alla tua vita, iniziano a partire le maldicenze e le storie ambigue. Nel mio mondo sei colpevole fin quando non viene dimostrato il contrario. E poi i giornali si tirano indietro, come una lumaca nel suo guscio.

E continua così, fino alla prossima morte, di qualcuno il cui unico crimine è quello di essere nato in un paese in cui la verità ha smesso di esistere.

Non dimenticherò mai quello che l’ex-marito di Anna Politkovskaya disse dopo la morte di lei: “È meglio che l’abbiano uccisa, è preferibile alla diffamazione. Anna non avrebbe potuto sopportarlo.”

Ecco cosa affatica la mia anima e consuma le mie forze: la paura che anch’io sarò screditato dai metodi devianti ed imprevedibili della Camorra e che sarò incapace di difendere me stesso e, soprattutto, le mie parole.

Così ho deciso di non fare niente. Non faccio un passo o una mossa falsa; sono un giornalista di 29 anni con l’impulsività dello scrittore e sono stato fortunato; ecco tutto. E devo stare attento a non confondere lo status quo. Nessuno di noi sceglie il proprio destino, tutto quello che posso fare è di scegliere come reagirvi.

Non so cucinare
Quando cucino non so come cucinare. Sono un uomo del Sud d’Italia che è stato cresciuto alla vecchia maniera, le donne in cucina e gli uomini al lavoro. Incredibile, lo so, ma fin da quando ero bambino le cose stavano così.

Dalle mie parti ci sono poche madri che deferirebbero questa responsabilità ai figli maschi. Io mi sono fatto il mio primo uovo sodo a 18 anni, quando lasciai casa. Se nulla di drastico mi fosse successo le cose avrebbero continuato ad essere così, per sempre. Quindi, quando il mio stile di vita cambiò, sentì in molti modi che non avrei potuto portarmi dietro queste cose. Dovetti imparare a fare tutto: i mestieri di casa, lavare i panni, stirare e, ovviamente, cucinare. Durante i primi mesi, le cose mi andavano bene; c’era una squadra permanente di poliziotti che cucinavano per me.

Ero convinto che il mio esilio non sarebbe durato a lungo e per questo ero noncurante.

Ma i mesi passavano e niente cambiava. Ed eccomi, ancora da solo in incognito ed impossibilitato a fare una qualsiasi telefonata, neanche per farmi portare una pizza. Ben presto cominciai a stancarmi del fatto di dovermi portare dietro le guardie del corpo anche di sera, e farle mangiare con me. Preferivo sapere che stessero a cena con le loro famiglie.

I ragazzi mi accompagnano ovunque ed il loro lavoro è, mentalmente, più estenuante del mio, sono in uno stato permanente di tensione e sempre all’erta; devono intercettare chiunque si avvicini a me. Divenne subito un accordo non verbale tra noi, che non li avrei infastiditi durante le sere (a parte un poliziotto di guardia fuori alla casa), a meno che non ci sia un’emergenza, né nei fine settimana che sono dedicati alla famiglia.

Così mi rassegnai e cominciai ad armeggiare intorno ai fornelli; i risultati furono terribili. Prendevo le ricette da Internet, anche se tutte sembravano difficilissime. Non mi sono mai legato alle cucine nelle quali vivevo, né agli appartamenti che precedentemente avevano ospitato altre persone protette dalla polizia. Gente a cui era vietato mettere piede fuori alla porta per mesi e che, immaginavo, fossero tutti uomini a causa delle cucine vuote. Non potevo neanche fare la mia spesa. Nelle pochissime occasioni in cui ho provato è stato un disastro: cinque poliziotti, armati fino ai denti, ed io. E, a parte questo, non provavo piacere nel cucinare per una sola persona; i pranzi sono fatti per due.

Recentemente a Napoli, una donna aveva preso l’abitudine di bussare timidamente alla mia porta, dopo aver avuto il permesso dalle mie guardie per portarmi cose buonissime da mangiare. Mi portava quei tipi di piatti che le madri cucinano per i loro figli militari quando tornano a casa. Quel tipo di cose che noi ragazzi del sud sogniamo quando siamo lontani da casa. Parmigiana, cotolette d’agnello, mozzarella di bufala o dolci fatti in casa. Fui felice quel mese, prima che mi fosse chiesto di trasferirmi di nuovo. Il solo vedere quei piatti mi faceva sentire a casa.

Non sono riuscito a superare questo problema e così mi sono arreso. Certo non ho smesso di mangiare, ma mangio solo quando devo, e mangio quello che trovo.

Nuove abitudini
Non sono più orgoglioso dei miei luoghi. Un tempo ero legato alle stanze dove vivevo, da studente, piene di libri, i miei e quelli dei miei compagni. Avevamo l’abitudine di appendere al muro le nostre stampe ed il mio letto era multifunzionale, come i letti di tanti studenti o lavoratori squattrinati. A volte faceva da sofà per i miei amici durante le nostre mega chiacchierate, altre volte era il mio rifugio nelle fredde notti d’inverno, nei vecchi palazzi non riscaldati di Napoli, quando mi rannicchiavo sotto le coperte. Ora le mie pareti sono nude; e le case sono piene di comfort a cui resto indifferente. Spesso mi sveglio durante la notte e non riesco a ricordare in quale luogo mi trovo; ho perso il senso dell’orientamento.

Allo stesso modo, mi sorprendo per le nuove cose che sono diventate importanti per me. Nell’ottobre del 2006, all’inizio del mio esilio, ho iniziato a fare la boxe, per stare in forma e in salute. La boxe è diventata la mia salvezza; è una sorta di rabbia controllata, un modo per incanalare la propria forza. Quando sei sul ring, o dai il tutto per tutto per restare in piedi, o ti arrendi; non c’è niente nel mezzo. La boxe è l’opposto del modo di vivere e delle regole delle bande criminali: uomo contro uomo, faccia a faccia. Nessuno che ti accoltella alla schiena o ti pugnala ti nascosto. Si sperimenta la stanchezza dell’allenamento e il rispetto per la sconfitta; e la lenta risalita, passo per passo, verso la vittoria.

Ecco come stanno le cose per me: sarà un compito arduo e lungo quello di ricostruire la mia vita, ma un giorno, ne sono sicuro, tutto ciò sarà finito.

Ecco cosa continuo a dire a me stesso.

Come un bambino che gioca nella neve
Spesso mi chiedo quando sarò di nuovo in grado di camminare o passeggiare a mio piacimento. Me lo chiedo ogni giorno, in modo da ricordare a me stesso che la vita che ora sto conducendo è molto distante dalla normalità. Spesso penso alla mia nostalgia per il mare e alle mie fantasticherie sulla neve; sono nato a Napoli ed ho sempre vissuto vicino al mare. Considero la neve come qualcosa di decisamente esotico. Noi Napoletani la consideriamo come qualcosa di lusso. È considerata come un collegamento diretto alle vacanze natalizie per la classe media, per quelli che se la possono permettere.

Dall’inverno scorso, però, la neve ha assunto per me significati diversi. Era la fine di novembre e stavo per arrivare in Svezia. I membri dell’Accademia del Nobel mi avevano invitato a Stoccolma per partecipare ad un dibattito con Salman Rushdie. All’epoca sentivo che la mia vita era appesa ad un filo; la Camorra aveva fatto sapere che avrebbe fatto esplodere la macchina in cui viaggiavo prima di Natale e il mondo sembrava avermi accerchiato in un grosso abbraccio protettivo. Quelli che mi abbracciavano erano intellettuali, organizzazioni antimafia, giornalisti e membri della società che sentivano che i loro diritti erano stati minacciati. C’era una sensazione di forte affetto, di stima e solidarietà che mi faceva sentire invincibile, a dispetto delle minacce di morte.

Così l’invito da Stoccolma fu pieno di molti significati, dalla libertà di parola alla condanna per ogni tipo di censura. Ed il fatto che io e Salman Rushdie fossimo stati invitati, donava al tutto un senso topico di pace natalizia. All’epoca in cui fu pronunciata la fatwa di condanna per Salman Rushdie, nel 1989, alcuni membri dell’Accademia lo invitarono in Svezia per dimostrare la loro solidarietà; ma, a quell’epoca, il potere decretò che letteratura e politica non dovessero incontrarsi.

Dopo vent’anni, nel 2008, quegli stessi poteri sono giunti alla conclusione che nessuno è al sicuro senza una stampa libera, senza la libertà di parola e di pensiero. Così fui felice di vedere di nuovo Salman.

Sin dal nostro primo incontro, egli mi aveva dato i consigli fondamentali per affrontare la mia situazione; più di una volta quei consigli hanno dimostrato la loro validità. Ricordo una volta in cui mi fu impedito di prenotare un volo. Le autorità temevano che gli altri passeggeri avrebbero potuto riconoscermi, e che avrebbero avuto paura a viaggiare nello stesso aereo con me. Salman mi disse che semmai una tale situazione si fosse verificata, avrei dovuto telefonare al più importante giornale locale e raccontare all’editore ciò che stava accadendo, “vedrai che subito la stessa compagnia aerea si metterà in ginocchio”, disse, “e ti supplicheranno perché tu viaggi con loro”.

Successe proprio così: telefonai al maggiore quotidiano del paese e dissi loro che avevo problemi a prendere un aereo. Ci vollero solo pochi minuti perché mi fossero profuse le loro scuse e mi fosse permesso di salire a bordo. La paura dei media era più grande della paura per me.

Quando arrivai a Stoccolma, nevicava; ed io ero contento come un bambino. Da fanciullo chiesi una volta a mio padre di farmi vedere la neve; egli pensò che la mia fosse una delle richieste più strane mai sentite. Mio padre, uomo di terra e di mare, un vero figlio del Sud, disprezzava la neve – la considerava un divertimento per i fighetti di città.

Mi portò però in montagna, in Campania. Partimmo in macchina e dopo aver fatto le code nel traffico per ore, arrivammo in un posto con una piccola chiazza di ghiaccio, per metà sciolto e annerito dai fumi di scarico. Mio padre spense il motore e mi disse di uscire dalla macchina; si piegò, prese un po’ di quella roba melmosa e mi disse: “Ecco la tua neve”, poi girò la macchina e ce ne tornammo a casa.

Per questo motivo, quando vidi un’intera città coperta di neve, all’età di 29 anni, mi trovai di fronte ad uno spettacolo assolutamente nuovo. Aggiungo anche che le guardie del corpo svedesi mi avevano dato la libertà di uscire per le strade innevate di sera. Erano lì, a distanza, e mi permettevano di sedere e raccogliere la neve per fare le palle di neve, come un bambino. Le lanciavo per aria. Faceva molto freddo e le strade erano deserte.

Da quel momento in poi ho associato l’invito dell’Accademia per il Nobel in Svezia al colore bianco. Bianco come simbolo della neve e bianco come simbolo della mia vita, appesa ad un filo. Bianco anche per i miei pensieri, al tempo stesso congelati e proiettati verso il futuro.

KOS

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